martedì 18 agosto 2009

DEFICIT DI STATO

DEFICIT DI STATO

- Pareggeremo il bilancio entro il 2011 - Nessun sacrificio sarà chiesto agli italiani. Basta!

Il campanello dell’ingresso squillava con insistenza snervante. Mara andò ad aprire già pronta a sfanculare per bene chiunque si stava permettendo tanta strafottente impazienza. Appena spalancata la porta blindata gli precipitò la saliva nello stomaco insieme alla lista di rimproveri che si era preparata. Due energumeni simili ad un incrocio tra un lupo mannaro ed un armadio la fissavano. Barbe incolte e un ricamo di cicatrici levavano il coraggio persino di respirare. Uno dei due chiese con tono secco ma impropriamente cortese. “Mario Cecchini è in casa?”. Mara annuì senza pensarci. Non riusciva a fare altro che fissarli terrorizzata. “Fai ù piacer! Chiamatillo subbito!” Mara non iuscì a trattenere una risatina tremolante. La voce dell’altro tizio, quello più brutto e minaccioso, era qualcosa di inudibile! Simile ad una scorreggiona da palloncino, sottile sottile e incredibilmente effeminata. Rideva nonostante fosse terrorizzata dallo sguardo torvo dei due. Annuì rapida e si dileguò in casa singhiozzando risatine isteriche.

Un minuto dopo Mario intercettò i due che si erano già infilati nel salotto. Era stato avvertito dalla moglie di non ridere qualora il grosso parlasse. “Ci dev’essere un errore…” Farfugliò Mario alla vista dei due, mentre il sudore era ghiaccio fuso per la schiena. Fu l’altro a rispondere, il non castrato, come gli aveva decritto Marta. “Lo sai chi siamo?”, “Mi dispiace… non credo…!” rispose Mario con quanto più tatto poteva imporre alla sua natura rissosa. Prese il foglio che gli porsero e cominciò a scorrere rapidamente le righe del decreto ingiuntivo. “Questo è l’atto definitivo. Il saldo del debito di Tuo padre e del resto! Ti tocca! Che fai? Ci segui o ti accoppiamo qui? Per noi è lo stesso. Poi so cazzi dei tuoi a ripulire dal sangue!” Diceva il tizio mentre l’eunuco annuiva cattivo. Man mano che leggeva Mario riprendeva sicurezza e il suo faccione cominciava a tornare roseo. Una volta finito osservò quei due con un che di disgusto. “Non se ne parla! Questo non vale niente! Prima che morisse mio padre ho rinunciato ad ogni diritto ereditario… perciò…” Lanciò un urlo alla moglie affinché portasse l’atto di rinuncia. Marta arrivò di corsa con le carte tra le mani e le porse molto meno intimorita ai due. Questi a loro volta diedero una lettura rapida e iniziarono a sorridere. “Bello!...” disse l’eunuco scatenando di nuovo una reazione di risate irrefrenabili in Marta. Lui la ignorò continuando deciso. “…sti carte sono note u giudice! Ma l’imbegno ca ti si priso è andecedent! Mò te lo recit io l’imbegn…” Tirò fuori una pubblicazione con il timbro dello stato, aprì una pagina già segnata e gli lesse quanto spiegava la loro pretesa.

In sintesi la faccenda era la seguente: Appena nato, per scelta e volontà dei genitori, i quali erano consci dello stato delle cose, il nascituro si vedeva accollare parte del deficit pubblico, come da oltre cinquant’anni a questa parte. Stava ai genitori risolvere il proprio precedente carico e quello dei figli, e questo debito non poteva considerarsi assolto con nessuna rinuncia postuma. Prima di farlo nascere i suoi avrebbero dovuto rinunciare alla patria potestà per affrancarlo della loro parte del debito se non risolto. In ogni caso la sua porzione di deficit se la trovava comunque appiccicata addosso. Ora, morti i genitori, i quali entrambi non avevano ottemperato al risanamento della Loro quota di deficit pubblico e nemmeno a quella ereditata dai loro genitori, e via fino alla quarta generazione… la somma era tale che non c’era altra soluzione se non vendere parte degli organi del debitore come risarcimento. Mario impallidì di nuovo. Aveva sentito che a qualcuno era capitata qualcosa di simile, ma credeva che si trattasse di mezze seghe incapaci, di falliti! Non aveva mai preso in considerazione che una cosa del genere potesse sfiorarlo, non ad uno pieno d’iniziativa ed in gamba come lui. “Voglio chiamare il mio avvocato” si lamentò. “Fai pure, è un tuo diritto. Digli che ci sono gli avvocati Loschi e Falcetti per il 666 bis! Lui capirà.

Al telefono l’avvocato Mazzocchini confermò ogni parola. “E’ una scelta a campione. Servono trecentomila… soggetti sani e ancora giovani. Sono tutti d’accordo… Stiamo battendoci per una sospensione della legge, ma si punta a dimezzare le vittime, non ad eliminare la normativa. Se non cede lei… Si rifaranno sui suoi figli appena diventano maggiorenni. Provi chiedere una dilazione… insista, vedrà che trova un accordo!


Alla fine Mario seguì i due appena date le istruzioni alla moglie per il dopo. Dopo un primo momento di sconforto aveva pensato che era necessario. Michele aveva già sedici anni e sarebbe stato impensabile che si sacrificasse al suo posto. Cosa che non avevano fatto suo padre e sua madre.

Mentre la macchina dei due bestioni lo portava all’ospedale Santi Martiri di Stato, gli venne in mente l’argomento dilazione. “Ma non si potrebbe fare una dilazione? Dice il mio avvocato che se volete…no? Ho due figli, una moglie malata… dieci dipendenti che senza me perdono tutto… sono anche volontario della protezione civile.” I due si scambiarono un’occhiata, poi l’eunuco gli si rivolse serio. “E’ possibile… proprio stamattina hanno chiest urgente due palle! Quelle valen assai! Più du fegat, du polmone e del cuore tutt’assiem! Si ci stai ti mietti a posto! Ma… il dieci per cento a noi!” Mario accettò senza pensarci troppo. Meglio castrato che morto! I due sorrisero e in breve gli spiegarono la procedura. L’altro, quello più umano nell’aspetto, addirittura si lasciò andare a confidenze e raccontò come sarebbe stato possibile, dopo, fare il loro lavoro. “Non servono le palle… ma pelo!” e scoppiò a ridere. Intanto il suo socio si adombrava fino a quando stroncò la risata con un “Bast mò! Piezz’è merd!

Mario capì ma non si sentì per nulla solidale col castrato. Anzi. Si affrettò a pensare al dopo. Tutto sommato… riportava a casa la pelle e avrebbe trovato il modo di evitare un’altra rata. C’era sempre la speranza che la legge venisse sospesa… o che si trovasse una scappatoia all’Italiana. Ma non gli tornavano i conti e prima di scendere dalla vettura chiese ai due: “Come mai i testicoli valgono più di organi vitali?” I due si guardarono ancora una volta prima di rispondere: “Sono cinquant’anni che di palle ce n’è poche!” e si avviarono verso lo staff medico che li stava attendendo. Mario si accarezzò i testicoli, guardò la scena, sospirò un paio di volte e li seguì. In quel momento notò che l’altro, quello ridanciano, avanzava con uno sbalzo d’anca, dondolando come uno scimpanzé.


Nik - astrat(t)o


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venerdì 7 agosto 2009

BANDIERE PADANE SUL TRICOLORE ROMANO

BANDIERE PADANE SUL TRICOLORE ROMANO




Si! Venga venga!… toh! Ma varda là! L’è un fijoi! Va lì che bel faccino… vien su, vien su!
Salii la rampa esterna delle scale fino al primo piano, in quel cortile vecchio e muffo, dove si affacciavano corone di balaustre in vecchio ferro ritorto, che menavano su porte e finestre in ogni stato, da marcescenti a fresche di vernice, pensando che la miseria aveva una inaspettata capacità di resistenza persino al nord ricco ed industrializzato. Intanto la donna continuava a dimenare la mano per farmi accelerare il passo. Era una tizia di mezza età, con un trucco pesante e i capelli tinti di recente con il classico bordo marroncino intorno allo scalpo. Conciata com’era dava l’impressione di essere in procinto di girare una scena in un film di Fellini.
Alùra! T’ei un professorino, né? Va tu che roba! T’ei un fenumen… un genio, al dis el professur Mosca!
Le feci una smorfia di circostanza prima di chiarire che non ero un professore e che il soprannome “O’ Filosofo” mi derivava da tutt’altro ambiente che non quello accademico o locale. Ma quella era tutta eccitata, non smetteva un istante di gracchiare in un dialetto che faticavo a comprendere. Mi fece entrare lesta in casa sua, una delle poche con la porta e le due finestre immacolate di vernice lucente, uno smalto verde vomitella, che sembravano richiamare il tema Muffa del Nord degli intonaci esterni.
“Va lì che ne ho poco di tempo da buttar via! Dunque, l’affitto l’è di cinquantamila, tre meis sul palmo più el meis che l’è già ‘n curs! L’apartament l’è chi di front, una bella stanzetta, cucinina e uno sgabussino bell’e gros! el bagno… il viccì, l’è propri lì, sul ballatoio di fianco, subìt fora a destra a la porta. Ce l’ho detto al professùr: Niente drogati, lazzaroni e terùn! Che siamo già pieni!”
Mi venne da ridere. Lei mi guardò contenta, come se avessi approvato parola per parola. Cominciò a versare del caffè da un bricco che aveva appena levato dal fuoco. Un caffè annacquato che ribolliva cattivo e colloso. Al solo guardarlo mi fece venire in mente quando da piccolo giocavo con le mie amiche a Mamma e Figli e queste miscelavano acqua e terriccio che poi si fingeva fosse uno splendido caffè. Un giorno ne ho mandato giù un sorso ed ho continuato a sputacchiare disgustato per un paio di giorni. Presi la tazzina senza nessuna intenzione di portarla alla bocca e sorrisi di nuovo.
Va ti che bel suris! Si vede né che sei di buona famiglia. Un po' con sti cavei da capellone… ma siete giovani! Alùra, ch’el dis? Va bene?”
La squadrai per bene, soffermandomi involontariamente sulle enormi tette strizzate dal busto che sembravano gridare aiuto. Presi fiato e iniziai con un lungo ed asettico “Ma….” Lei non colse quanto mi approssimavo a dire, anzi! Mi mise una mano sulla bocca, sorrise scuotendo la testa e si affrettò a mettere in chiaro che se era per le ragazze, quella era una palazzina per bene, nonostante i meridionali e certa gente che prima o poi avrebbe sbattuto fuori, ma siccome ero una persona a ‘modino’ e si vedeva che non avrei creato problemi, avrebbe chiuso un occhio, purché ci si capisse. A questo punto la bloccai.
“No, guardi…”
“Bon! Facciamo che questo mese che l’è quasi a metà va via così. L’anticipo però…”
“Facciamo che le do novantamila per tre mesi, visto che il cesso è sul ballatoio. Come mi ha detto il professore!”

Si bloccò cessando ogni moina e buona grazia. Osservò con disappunto la tazzina del caffè lasciata integra. Fece un passo indietro e mi chiese severa.
“Tu sei mica il filosofo che diceva il professore!”
“Si. Sò io, signò! Ma non sono un filosofo, mi chiamano Il Filosofo!”

Calcai la mano del terrone nelle sue orecchie. Tanto già lo sapevo come sarebbe andata a finire. Invece lei se ne stava in silenzio, contrariata e nervosa, che si agitava sulla gamba facendo ondeggiare le due tettone. Battè forte le mani un paio di volte, nel classico gesto di frustrazione e rabbia incontenibile. Un popolare gesto teatrale comune a molte latitudini.
Ma tu dimme, madonna mia… se me devo trovà sempre a esse cojonata! No, dico, à regazzì! Ma ce lo sapevi che so romana e me sei stato a pijà per culo?
No. Ma perché si è messa a fare la milanese, torinese o che ne so?”
“Bello mio! Qua si nu ffai er nordico coi controcazzi nu piji na lira da sta gente! Tanto più se sei de Roma! I mejo alla fine so i morti de fame… ma quelli der posto… sai quanno je stai sur gozzo? Appena ponno te fanno nera!”


Nera. Che profezia. 1976.

Roba vecchia. La bandiera padana al posto del tricolore c’era già.

Nik ex turista e no emigrante.